100 anni fa

Giovanni Cocconi
5 min readMay 11, 2023

Il condominio dove abito fu inaugurato nel maggio del 1923: una storia da raccontare

Se qualcuno volesse girare il remake di “Novecento” a Firenze potrebbe venire in via Bronzino. Ci troverebbe un condominio che, proprio in questi giorni, compie un secolo di vita. La mia casa, la nostra casa, da quasi quindici anni. Il sesto blocco delle case popolari di Firenze fu collaudato il 15 marzo del 1923 e inaugurato in maggio. Un piccolo evento in un luogo simbolicamente importante come il Pignone, dove nacque la Fonderia del Ferro, accanto all’Arno, che trasformò il quartiere appena fuori dalle mura di San Frediano nella prima zona industriale di Firenze.

Il Pignone è al centro di un fluviale libro di Vasco Pratolini, Lo scialo, forse il più bel romanzo sul fascismo della nostra letteratura. Un affresco corale e magmatico ambientato tra gli anni Dieci e gli anni Trenta del secolo scorso, gli anni tumultuosi degli scontri tra neri e rossi. Sono 1200 pagine, ma i personaggi non si dimenticano. Su tutti Ninì Battignani, una proprietaria terriera passionale e irrequieta nell’esplorazione della propria omosessualità.

Pratolini rievoca anche fatti realmente accaduti. A due passi da qui, sull’allora Ponte Sospeso (oggi Ponte alla Vittoria), fu gettato nell’Arno e ucciso il giovane militante fascista Giovanni Berta (nel romanzo “Tarbè”), forse una vendetta il giorno dopo l’assassinio da parte dei fascisti di Spartaco Lavagnini (nel romanzo “Gavagnini”), ferroviere, sindacalista e comunista. A Berta sarà intitolato lo stadio di Firenze, progettato da Pier Luigi Nervi negli anni Trenta, poi diventato stadio Artemio Franchi. Ancora oggi Berta è considerato da CasaPound il “primo martire fascista” e dà il nome al più antico circolo del movimento in Italia, a Napoli. Curiosamente non a quello che ha aperto qualche mese fa in via de’ Vanni, a due passi da via Bronzino, e che trasforma il Pignone ogni sabato pomeriggio in un quartiere come in stato d’assedio.

Pratolini dedica molte pagine alla vigilia della battaglia sul Ponte Sospeso, una specie di premonizione della tragedia che incombe sull’Italia, lo “scialo” che travolgerà tutti. “C’era tutto il Pignone, quella sera; c’era mezzo San Frediano; ed erano venuti, alla spicciolata, o ci si era trattenuti, sulla strada di casa, gli ortolani, i braccianti, di Monticelli e di Legnaia. La gente di via Bronzino, di via dell’Anconella, di via Pisana, che sono nel cuore del Pignone, era sulle soglie degli usci, sulla piazza, davanti alle botteghe e alla casa del Popolo, appena devastata, col cuore in gola e il sangue avvelenato. I comignoli della Fonderia fumavano; i panni dei tintori erano stesi ad asciugare; l’Arno andava lento e grosso per via delle piene di primavera. Erano le sette di sera e il sole tramontava tutto fuoco, basso sul fiume e dietro le Cascine; avvolgeva di un riflesso accecante il Ponte Sospeso”.

Nel romanzo i fascisti sono presi sul serio, ma non sono tutti uguali: quelli di San Frediano si nascondono impauriti, quelli del Pignone guidano le “spedizioni punitive". Come Folco Malesci, l’Ingegnere. “Avrà avuto venticinque anni, nemmeno; non ancora di leva, era andato al fronte volontario. Era un animo irrequieto; negli ultimi tempi della guerra si era fatto aviatore. Poi era stato a Milano, era stato a Fiume. Insomma, o in cielo o in terra, aveva viaggiato. Conosceva Mussolini di persona. Sembra che D’Annunzio gli scrivesse come Garibaldi scriveva a quelli della Mutuo Soccorso. Di più. E dacché era tornato, malgrado avesse preso moglie e avuto svelto svelto due figlioli: “Ora si ripulisce il Pignone” diceva, non aveva altro pensiero”.

Insomma, la storia è passata di qui, e non solo per la presenza del re Vittorio Emanuele III all’inaugurazione delle case popolari di via Bronzino, nel 1923, notizia che mi diede il notaio che firmò il nostro atto di acquisto, ma di cui non ho trovato conferme. Ho invece trovato tracce nell’Archivio delle case popolari di Firenze: “6° blocco di Case Popolari in Firenze. Undici corpi di fabbricati dei quali 9 destinati ad alloggi, gli altri ad asilo, bagni e lavatoi. L’insieme conta alloggi n. 213 di cui 50 sono di due stanze, 64 di tre stanze, 59 di quattro stanze e 40 di cinque stanze”.

Oggi l’asilo non c’è più, ma restano ancora molti spazi comuni: gli orti, il campo da calcetto, la sala per le feste, il giardino dei bambini e quello degli anziani. Le case hanno muri spessi, soffitti alti, pavimenti in graniglia: non si costruiscono più case popolari così. Nel 1921 l’ingegnere Ugo Giovannozzi disegnò il progetto seguendo la tipologia a blocchi con corti chiuse, suddivisi da larghi viali interni, prati e orti, con lavatoi, bagni e docce. Gli appartamenti erano tutti dotati di acqua potabile ed elettricità, una scelta all’avanguardia per l’edilizia popolare dell’epoca. Nel 1923 una delegazione di architetti inglesi e americani e una rappresentanza del Comune di Parigi visitarono le case popolari di Campo di Marte e di via Bronzino “che, appena terminate, ricevettero il plauso unanime per l’ampiezza dei locali, le loro ottime condizioni igieniche, il decoro semplice ma di buon gusto, e la modicità dei prezzi e dei costi raggiunti ed il buon mercato degli affitti”.

Oggi il condominio di via Bronzino è una comunità di più di 200 famiglie popolosa e popolare, molto variegata. Ci sono il tassista, l’infermiera, il magistrato, la famiglia di immigrati, l’impiegato delle poste, la coppia giovane con figli, il cantante lirico, il disoccupato, la corista del Maggio, il medico, il cuoco, l’ingegnere, l’ostetrica, molti pensionati e molti gatti. Anche il critico d’arte Tomaso Montanari abitava qui ma due anni fa ha preferito il contiguo San Frediano, definito dalla Lonely Planet “il quartiere più cool del mondo”.

Da quando è stato aperto il circolo di CasaPound in via de’ Vanni molti giovani si danno appuntamento lì, il sabato pomeriggio, e centinaia di ragazzi di “Firenze antifascista” manifestano per chiedere la chiusura del circolo e la messa fuorilegge di CasaPound e Forza Nuova. Moltissimi poliziotti sono schierati per evitare il contatto tra i due gruppi. Le strade vengono bloccate, le auto possono restare ferme anche un’ora, la gente si guarda perplessa, anche perché nessuno sa cosa stia succedendo. Sabato scorso tutto il mio pomeriggio è stato accompagnato dal rollio metallico di un elicottero. E io, ancora una volta, ho pensato a Lo scialo di Pratolini. Sono passati cento anni, un secolo, è cambiato il mondo, ma non sembra. A volte non sembra.

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Giovanni Cocconi

"Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere" (Anna Maria Ortese). Qui solo cose personali