Amelia e la vita di prima

Giovanni Cocconi
4 min readApr 19, 2020

“Ma torneremo alla vita di prima, vero?” mi chiede Amelia mentre termina un altro Lego di Harry Potter. È la domanda delle domande, quella che in questi giorni milioni di bambini in milioni di case stanno rivolgendo a milioni di genitori che non sanno cosa rispondere. Io, almeno, non lo so.

Non che a mia figlia non piaccia questa vita qui. Anzi. Dormire fino alle 9, i genitori sempre a casa, gli amici a portata di tablet, le maestre a distanza, la scuola per poche ore al giorno, dosi di televisione molto più generose del solito. E poi i piccoli rituali contro la paura che ogni famiglia sta organizzando per passare la nottata, cose che non abbiamo mai fatto prima e che non faremo più dopo, quando la reclusione sarà finita. Ogni famiglia ha inventato le sue. Noi, per esempio, le cene in giacca e cravatta del sabato sera, la canzone del pomeriggio con i vicini, la lezione di Zumba a tutto volume, a Pasqua il picnic con i panini e il plaid srotolato in salotto. Proviamo anche a divertirci.

Veri e propri esorcismi, come se ci sforzassimo di rendere speciale un momento che sarà speciale per forza e sarà ricordato comunque, dentro quel gigantesco esperimento sociale che riscriverà il perimetro delle nostre relazioni. Ci ripetiamo: quando ci ricapiterà nella vita di passare così tanto tempo tutti e tre insieme? Ci guardiamo e scartiamo il regalo. Ci facciamo bastare i nostri 80 metri quadrati e nessuno dei tre ha ancora sviluppato la “sindrome da dependance”. Siamo molto più fortunati di altri, lo sappiamo e un po’ ci vergogniamo.

Certo, il vuoto che riempiamo anche di cose nuove per Amelia non sarà mai pieno delle cose di prima. L’abbraccio dei nonni, i pigiama party dagli amici, una corsa in bicicletta, la casa della zia, il corso di teatro, i viaggi, il cinema. Quello che manca ai bambini è molto di più di quello che c’è, anche perché quello che c’è è il bollettino delle brutte notizie che entra inevitabilmente da ogni spiffero di casa, intasa tutte le conversazioni e ha trasformato l’Italia in un Paese sotto assedio. I bambini ascoltano e capiscono: ricorderanno questa stagione tutta la vita. Avevo 6 anni ai tempi dell’austerity e ricordo tutto come fosse ieri: le targhe alterne, le vetrine spente, mai due interruttori della luce accesi insieme. Niente al confronto della crisi di oggi e di quella terribile che verrà.

“Ma torneremo alla vita di prima, vero?” mi chiede mia figlia e io so perché fatico a rispondere. Per ragioni familiari il mio ottimismo non è mai stato una roccia, una vocazione naturale, la normalità. È stato un dovere ed è diventato una conquista. Un padre deve credere che il futuro sarà migliore del passato. Deve, appunto, anche perché negli ultimi decenni è stato quasi sempre così. E io ho finito stupidamente per crederlo.

Ora non è più così, almeno per me. Ora sappiamo che tutto può succedere in qualsiasi momento, che il mio ottimismo era un azzardo, che il futuro non sarà per forza migliore del passato. Quindi, dobbiamo fare finta di niente? Dobbiamo fingere che non sia successo nulla, suturare la ferita, richiudere e voltare pagina? Oppure aprire, guardarci dentro, provare a capire, ammettere che ci eravamo sbagliati, che forse abbiamo imparato la lezione? E poi, quale lezione? La domanda di Amelia è questa domanda qui.

“Dovremo convivere a lungo con il virus” ripetono un po’ tutti. Ma non è solo l’idea di una quarantena stop-and-go che mi spaventa, e nemmeno della vita quotidiana che, inevitabilmente, cambierà. Non so se per sempre, non mi interessa. So che è proprio l’idea di futuro che è cambiata e andrà affrontata in modo nuovo. Guardandoci le spalle, scrutando l’orizzonte, preparandoci al peggio. Un corpo a corpo quotidiano con l’ansia per quello che potrebbe succedere, l’incertezza su quello che ci viene raccontato, l’impossibilità di fare progetti. Non credo che il virus ci abbia reso migliori, non so nemmeno se ci abbia reso più forti. Certo ha cambiato la nostra idea del domani.

“Il futuro non sarà più quello di una volta” è stata una delle frasi più citate in questi decenni dai profeti dell’innovazione. La tecnologia come la terra promessa che avrebbe migliorato la nostra vita. Ora il futuro è arrivato, ma da un’altra parte. E io mi sento un po’ come il padre de “La strada” di Cormac McCarthy. Che cammina e basta, non sa verso dove e ha sempre una sola risposta.

“Ce la caveremo vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì, perché noi portiamo il fuoco”.

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Giovanni Cocconi

"Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere" (Anna Maria Ortese). Qui solo cose personali